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Panama Papers, dieci anni dopo: che fine hanno fatto gli italiani dell’offshore?

Nel 2016 oltre ottocento società riconducibili a soggetti italiani emersero dall’archivio segreto di Mossack Fonseca. Le verifiche della Guardia di Finanza individuarono successivamente 910 beneficiari italiani. Alcuni regolarizzarono capitali e pagarono milioni di euro, altri finirono sotto indagine. Ma una parte sostanziale della vicenda italiana resta ancora avvolta dal silenzio.
Panama Papers, dieci anni dopo: che fine hanno fatto gli italiani dell’offshore?

Ottocento.

Era questo il numero che, nell’aprile del 2016, cominciò a circolare nelle redazioni, negli uffici dell’Agenzia delle entrate e nei comandi della Guardia di Finanza. Ottocento società offshore collegate a soggetti italiani, nascoste tra gli oltre 11,5 milioni di documenti sottratti agli archivi dello studio panamense Mossack Fonseca. Contratti, passaporti, email, coordinate bancarie e atti societari capaci di ricostruire una gigantesca industria internazionale della segretezza finanziaria.

Le carte erano state consegnate da una fonte anonima al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung e analizzate dall’International Consortium of Investigative Journalists insieme a più di cento testate internazionali. In Italia il lavoro venne condotto da L’Espresso, che nei documenti individuò oltre ottocento entità offshore intestate o riconducibili a soggetti italiani.

Dietro quelle strutture comparivano imprenditori, professionisti, personaggi dello spettacolo, intermediari finanziari e uomini legati alla criminalità organizzata. Ma comparire nei Panama Papers non significava automaticamente aver commesso un reato. Costituire o possedere una società all’estero può essere perfettamente legale, purché attività, redditi e patrimoni siano dichiarati alle autorità fiscali. Il problema iniziava dove terminava la trasparenza: capitali non dichiarati, intestazioni fittizie, fatture false, fondi neri, riciclaggio e autoriciclaggio.

Fu proprio questa distinzione a trasformare una lista di nomi in una questione investigativa. Chi aveva dichiarato le proprie disponibilità? Chi aveva utilizzato le società per operazioni commerciali legittime? Chi, invece, aveva costruito una barriera di prestanome, fiduciari e giurisdizioni opache per nascondere denaro al Fisco o alla magistratura?

Le verifiche ampliarono rapidamente il perimetro iniziale. Nel 2019 risultavano identificati dalla Guardia di Finanza 910 italiani beneficiari di società offshore emerse dai Panama Papers. Per ricostruire patrimoni, conti correnti e titolarità effettive, le autorità italiane inviarono richieste di collaborazione a tredici Paesi. A tre anni dall’esplosione dello scandalo, nove di quelle amministrazioni straniere non avevano ancora risposto.

Una parte degli interessati scelse di anticipare le verifiche. Almeno 204 cittadini italiani aderirono alla procedura di collaborazione volontaria, dichiarando capitali detenuti all’estero e versando complessivamente circa 30 milioni di euro. Altri casi vennero definiti attraverso il ravvedimento operoso. Più di duecento posizioni, secondo quanto risultava nel 2019, riguardavano invece contribuenti che non avevano mai dichiarato le disponibilità offshore.

Da allora sono trascorsi dieci anni.

Nel mondo, le indagini nate dai Panama Papers hanno prodotto nuove leggi, dimissioni politiche, procedimenti penali e il recupero di almeno 1,3 miliardi di dollari in imposte e sanzioni. Una cifra che lo stesso consorzio giornalistico considera incompleta, perché numerosi Paesi non hanno pubblicato dati dettagliati e molti procedimenti sono proseguiti per anni.

In Italia, però, il bilancio definitivo rimane frammentato.

Quanti dei 910 beneficiari individuati sono stati sottoposti ad accertamento? Quante contestazioni si sono concluse con un pagamento? Quante sono state archiviate perché le disponibilità erano regolarmente dichiarate? Quanti procedimenti penali sono arrivati a processo e quanti si sono fermati davanti alla prescrizione, alla mancata collaborazione internazionale o all’impossibilità di identificare il reale proprietario delle società?

Questa inchiesta parte da quelle domande.

Non per costruire una nuova gogna basata su un elenco vecchio di dieci anni, ma per seguire il denaro, ricostruire l’azione dello Stato e verificare se, dietro il clamore del più grande scandalo offshore della storia, sia arrivata anche la giustizia fiscale.

Perché i Panama Papers non raccontano soltanto dove venivano nascosti i patrimoni.

Raccontano anche quanto lontano uno Stato sia disposto ad andare per recuperarli.

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